"Il Sahara non è poi tanto grande, in fondo, a voler guardare bene.
La gente là, non scompare come se niente fosse. Non è come qui, in città, nella Casbah..." (Paul Bowles)
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Nome: miriam
"perchè ciò che si vive così come viene è sempre insensato, se il senso non sai darglielo tu"
(A. Tabucchi)
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Sbattono porte e finestre
Amore mio
Sbattono lenzuola bianche
Nel letto
S’ avvitano intorno alle carni
S’ incollano al nostro sudore
Segnate da gesti ed umori
Che rendono mozzo il respiro.
L’impeto senza forma
Dilaga
Strappando noi a noi stessi
Chiamandoci naufraghi incerti
Perduti di occhio e di mano.
Mai son stata così arresa
Al vento al tuono alla pioggia
Seduta in grembo all’innocenza
Abile al peccato condiviso
Trionfale nella paura violetta.
E tutta la vita vissuta
È certezza
Che qui bisognava arrivare.
Perché sbattono porte e finestre
Amore mio
Sbattono lenzuola bianche
Nel letto
A vincere la morte e il dolore.
MIRANDA

Miranda presentiva chiaramente che di lì a poco sarebbe piovuto. Per questo si affrettò a ritornare a casa. Miranda sentiva anche che lui, quel pomeriggio, non avrebbe telefonato, né domani, né un altro giorno ancora. Era passata una settimana esatta da quando avevano fatto l’amore l’ultima volta. Dopo, erano rimasti a parlare a lungo, lui seduto comodamente sul divano, lei quasi in bilico sulla poltroncina di vimini. Ad un tratto, Miranda aveva avuto il prepotente bisogno di toccare quel corpo ancora da imparare e di esserne toccata a sua volta. Dopo un attimo di esitazione, si era mossa. Lui era rimasto visibilmente sorpreso e da quel suo aprire, esitando, le braccia lei aveva capito che non si sarebbero mai più rivisti. La pioggia aveva cominciato a cadere tamburellando sulle agavi, sommessa placida voce a trapuntare un umido pomeriggio estivo.
Miranda doveva imporsi di chiudere quella parentesi, quella lucente imprevista meteora amorosa durata solo una decina di giorni. Lo avrebbe fatto proprio in quel pomeriggio di pioggia, di brontolii lontani, di nuvole sospinte le une addosso alle altre dalla percettibile elettricità dell’aria. Miranda fu certa, con umana tangibile saggezza, che non è mai lecito chiedere alla vita più di quanto essa sia disposta ad elargirci, nella cieca ingordigia di incamerare persone, oggetti e vissuti, come fanno i piccioni zampettanti attorno ai tavolini dei bar all’aperto. Sapeva bene cosa aveva amato in quell’uomo e cercò coscienziosamente di enumerare ogni cosa, per poi lasciarsi definitivamente alle spalle tutto, perfino l’ immagine dei loro corpi avvinghiati sulle lenzuola gualcite, l’odore di sesso nella stanza, un velo di sudore sulla pelle. E allora, innanzi tutto, la solidità di un corpo che le ricordava la forma di un pino marittimo, familiare abitante di un paesaggio che amava e che la circondava da sempre, vegetale architettura che anche sotto le raffiche della tramontana più intensa non modificava né la sua forma né il suo carattere. Poi le sue rare parole, esatte e precise come i gesti di un atleta che si è allenato a non fare nulla di più di quanto necessario alla prova. La sua “R” liquida che pareva l’acciottolio della risacca in piccole anse segrete. Il sorriso che distendeva le labbra piene e lo faceva ritornare a quando aveva vent’anni, un sorriso rivelato pienamente solo dalla insolita prospettiva di lui supino sotto di lei. La peluria bionda e liscia sul petto ampio, il colore rosato del glande. Enumerava ogni cosa, quasi avesse tra le mani un il pallottoliere, così da poter entrare nel ricordo e poi uscirne una volta per tutte e passare ad altro, ad un altro corpo, ad un’altra storia. Nel frattempo, aveva smesso di piovere. Lo sgocciolio si era fatto più rado, gli uccelli avevano ripreso a cantare, il tuono era scivolato altrove, come le parole che aveva usato per rendere un ultimo definitivo omaggio a quanto era accaduto tra loro. Davanti a lei, intorno a lei, dentro di lei, il senza nome dei giorni a venire. Una trama ancora da tessere con i fili invisibili che solo le sue mani, i suoi occhi e le sue carni potevano ancora intrecciare. Senza mai sapere prima quale sarebbe stato il disegno finito.

Seduta in grembo all’estate
Idolo dorato e morbido
Nelle forme sontuoso
Nelle luci mutevole.
Ammiro
I suoi monili di corallo
Le lucide conchiglie
E le luci che cercherò invano
Nelle buie giornate d’inverno.
Godo
L’arcana sua bellezza
L’opulenta presenza
Di madre totemica
Dal sorriso di enigmi.
Respiro
L’aroma giallo
Delle sue carni torride
Accovacciata
Sulle sue cosce d’ebano.
Ammaliata
Dalla sua distratta
Regale indolenza.
ASPETTARE

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere l’etimologia della parola “desiderio”. Un termine spesso abusato nell’attuale società dei consumi, spesso erroneamente impiegato al posto di parole come voglia, bisogno, sfizio, capriccio e così via. Sembra che la sua etimologia rimandi, appunto, al “De bello gallico”. I “desiderantes” erano infatti quei soldati che si attardavano, svegli, sotto il cielo stellato ad aspettare coloro che, dopo aver gloriosamente combattuto nelle ore diurne, forse feriti, confusi o smarriti, non erano ancora rientrati al proprio accampamento. “Desiderare” ovvero stare sotto le stelle ad attendere.
Leggere queste parole, non capii subito perché, mi commosse profondamente. Immaginai la veglia silenziosa attorno agli ultimi fuochi, gli occhi brucianti persi nella volta stellata del cielo, il sonno alle porte, animale infido ed ostinato da domare con passi meccanici ed incerti, canzoni a mezza voce, sorsi di vino e pensieri minuti. Commozione, questa l’esatta parola. Poi, perché il cuore è un organo di fuoco, ad un tratto, ho capito. Ho illuminato il mistero di questa mia potente identificazione con chi attende il ritorno di chi non è ancora tornato. Ero una bimba tranquilla, per nulla ribelle. Mia madre, una donna che ho conosciuto poco, perché riservata e spesso silenziosa, soffriva di quello che un tempo i medici chiamavano “esaurimento nervoso”. Trascorreva lunghi pomeriggi sdraiata sul divano del salotto, al buio, mentre io facevo i compiti e non vedevo l’ora che si alzasse. Presentivo una sua qualche vaga indicibile sofferenza, ma non potevo chiedere, non dovevo chiedere. Così aspettavo. Finivo di fare i compiti e poi mi mettevo a leggere, nella mia stanza, per non disturbare con giochi inopportuni e chiassosi il suo riposo. Aspettavo. Sdraiata sul pavimento, il libro illustrato aperto davanti a me, aspettavo. A volte, se mi sembrava troppo lunga l’attesa, in punta di piedi mi avvicinavo alla porta della stanza in cui lei stava sdraiata. Per capire se dormiva. Talvolta la sentivo respirare profondamente, cullata da un sonno amico che forse le rendeva più tollerabile la vita. Altre volte nessun suono mi rassicurava sul fatto che stesse dormendo. Ed allora avevo paura. Sarebbe tornata tra noi da quel luogo lontano in cui forse cercava rifugio? Presto sarebbe stata ora di cena, doveva tornare. E difatti tornava. Il volto stanco, gli occhi gonfi, quel dolore senza nome tra i capelli. Allora era lei il soldato ferito, confuso, smarrito che tardava a rientrare all’accampamento. Allora ero io il “desiderantes” che lo aspettava sveglio, senza perdere la speranza, con il cuore aperto e lo sguardo attento nel buio. Anche per questo oggi sento, nelle viscere e nel sangue, quanto sia vero l’haiku che lessi un giorno: “da quando, notte dopo notte, aspetto di udire i tuoi passi, ho imparato quanti rumori ci sono nella quiete”.
ESTATE

Cicale
Ginestre
Lo specchio immobile del mare.
Il verde generoso
L’ombra che inseguo.
Estate.
Dorata di girasoli e stellata di gelsomini.
Il mio tempo.
Sempre troppo breve.
ENRICA

Non la conosco, ma so che è la compagna di un mio caro amico. Non la conosco, anche se lui spesso mi parla di lei. Non la conosco, ma oggi, dopo quella telefonata, è come se lei, Enrica, fosse tra le persone che ormai abitano la mia quotidianità, nelle ore del sole come in quelle della notte senza stelle. Misteriosi fili e corrispondenze e riverberi e consonanze che neppure sapevo. Enrica è malata. Me lo dice lui, con la voce rotta, una voce che mai gli ho sentito. Enrica è malata e non vedrà, dicono i medici, arrivare l’inverno.
Non vedrà la coda malinconica dell’ estate tra gli azzurri digradanti del mare e del cielo. Azzurri che, per chi abita una lingua di terra quasi a picco sull’acqua, paiono diversi pur nella medesima gradazione di gioie e spensieratezze. Non vedrà l’alacre approssimarsi di giornate in cui i bambini portano sulle spalle zaini nuovi fiammanti, promesse di giochi e di aule che sanno ancora di pulito e del bianco nuovo dato a fine agosto. Non vedrà, con sempre nuova meraviglia, le foglie che scolorano dal verde al giallo, che ripiegano su loro stesse dopo i fasti succosi ed umidi d’umori estivi. Non sentirà l’aroma delle prime fascine che bruciano ad annunciare l’arrivo della stagione fredda che, qui da noi, davvero fredda non è mai. Perché Enrica sta e starà ancora più male. Enrica non avrà occhi trasparenti, orecchie aperte, mani avide, narici frementi per tutto questo. Impegnata a combattere l’ultima battaglia, a difendersi da cecchini invisibili, ad infilare le ore una dietro l’altra come perle scure di una faticosa inutile collana subito finita.
Enrica non vincerà, dicono, né la battaglia né la guerra.
Ci sarà lui, almeno, ci saranno gli amici e i ricordi e le giornate vissute a dare un senso, forse, a ciò che nessuno può evitare.
Vorrei tanto, disperatamente, intensamente, strenuamente, credere ai miracoli. Ma ne ho viste tante, troppe, di cose. Vorrei tanto, ancor più disperatamente, intensamente, strenuamente, credere che ci sarà qualcuno ad attenderla, a prenderla tra le braccia ed a sorriderle per farle visitare la nuova casa, tra i saluti di chi l’aspettava e la simpatia di chi non l’ha mai conosciuta ma che da adesso facilmente si abituerà a lei. Ma non possiedo una simile speranza.
Dal mistero veniamo ed al mistero torniamo.
Enrica, non ti conosco, ma la tua lotta, in qualche oscuro modo, è e sarà forse anche la mia.
E se qualcosa potessi sognare, vorrei proprio che fossero le mie e le tue mani che si intrecciano nell’eterno, ogni volta che vogliamo giocare e ridere e riposare insieme.
RE-WIND

Sdraiata sul letto ad occhi chiusi. Minuscolo insetto in un bozzolo buio e segreto. Riavvolgere il nastro scintillante del già vissuto. L’ impegno lucido, certosino, folle di rileggere minuziosamente la forma delle sue labbra, il colore della sua pelle, i luoghi segreti, la stretta delle mani, le dita che cercano e segnano. Fotogramma dopo fotogramma. Una cerimonia già officiata ripetuta ora nei minimi particolari. L’effetto, arcanamente, è lo stesso. Un calore inequivocabile, il pulsare pronto del sangue, insonne sentinella sui bastioni della carne. La rappresentazione va in scena di nuovo.
Riavvolgere il nastro. Ancora e ancora. Fissare immagini, parole, suoni, luci oblique.
La forma bicefala di un corpo perfettamente compenetrato nelle sue membra. Riavvolgere il nastro ancora e ancora. Moltiplicare la vita in un consapevole gioco di specchi, usurare definitivamente il ricordo. Buttandolo poi dietro le spalle senza più desiderio o rimpianto.
PREMIATA MACELLERIA GENOVESE
Siamo partiti stanotte, Pierre ed io, con zaino e sacco a pelo. Da Marsiglia a Genova, città sorella di sole e di porto, per unirci ai tanti che sperano un vivere diverso, in mezzo al puzzo delle multinazionali e delle vite incravattate di tanti morti viventi. Siamo partiti stanotte, Pierre ed io, con la voglia di essere tanti e di farci vedere e sentire, in questo luglio di luce, di azzurro. Sul treno gente come noi, jeans e chitarre, magliette colorate e risa, bandiere fai da te e sogni, una festa. Genova è città nobile, lo so. Bella ed altera d’altri tempi, che la capisci solo se la vedi dal mare. Siamo partiti stanotte, Pierre ed io, acqua minerale subito calda e panini e baci e carezze. Oggi è un mese che stiamo assieme. L’emozione di arrivare in una stazione che brulica, non hai bisogno di chiedere la strada, ti basta seguire il fiume colorato di gente che invade le strade e le piazze, che diventa corteo. Giornata lunga di cori, di palazzi che scorrono lenti ai lati, di suoni, di passi, di corse a perdifiato quando c’è chi trasforma la vita che vorremmo in qualcosa di altro, che non capisco. Stasera, finalmente, possiamo domare la nostra stanchezza, dopo tanto vivere. Srotolo il materassino vicino a quello di Pierre. Il sacco a pelo non serve, fa caldo. Nell’edificio dove ci siamo raccolti, le luci si smorzano. Chi fuma, chi parla sottovoce. Le braci nel buio sembrano lucciole metropolitane, in questa atmosfera da bivacco estivo. Sulle teste non ci sono le stelle, ma soffitti alti che ricordano quelli del nostro vecchio liceo. Le scuole sono uguali dappertutto. Ora mi arriva addosso la stanchezza ed ho solo voglia di stringermi a Pierre e lasciarmi cullare dall’ombra e dai suoni ovattati che poco a poco si fanno più lontani. Dormire.
Un calcio mi strappa al sonno. Caos, urla, pianti e bestemmie. Apro gli occhi. Sangue, qualcuno, tanti con i caschi azzurri, i manganelli, gli scarponi, Sputi, manganellate, mani che sradicano, afferrano, strappano. Sento qualcosa di caldo in bocca, un gusto strano. Sangue. Qualcuno mi mette in piedi. Lasciatemi. Non voglio camminare, non riesco a camminare. Lasciatemi. Non riesco a vedere bene. Non sono qui, non sono qui, non sono qui mi dico. Un ritornello, una nenia. Non voglio camminare, non riesco a camminare. Dov’è Pierre? Fuori è buio, luci azzurre, gente che urla. Non sono qui, non sono qui, io non sono qui.
CASA

Quanto dura lo spazio di una notte
Ala di farfalla
Piuma di uccello.
Lo stupore di averti
Disarmato nel sonno
Nella casa che solo ora
Chiamo con questo nome.
SINCRONICITA’

Sting e “Police” a parte, “sincronicità” è il termine che C. G. Jung, molto prima della intramontabile rock band, usò per indicare la coincidenza significativa di due o più eventi non correlati dalla legge di causa/ effetto. Pensi ad una persona che non vedi da anni, la pensi proprio oggi, chissà perché, e subito dopo la incontri. Doverosa premessa per raccontare ciò che mi sta accadendo. Vado per ordine. Nel post precedente ho citato “Le Baccanti” di Euripide a proposito della trasmissione “Otto e mezzo”. Ebbene, il giorno dopo le ho riprese in mano, a distanza di anni, sollecitata da una vaga pervasiva suggestione. Nella tragedia di Euripide, il dio Dioniso, con la sua tipica incontenibile smania, trascina le timorate donne di Tebe sulle pendici di un monte, sconvolgendo così l’ordine della città tra canti, danze, orge sacre, libagioni, violenze e seduzioni. Il sabato, mi capita di assistere ad una conferenza di Umberto Galimberti, ospite della mia città e di un evento culturale che ha per tema il mare. Galimberti, che ora insegna Filosofia della Storia a Cà Foscari, a Venezia, nell’occasione cita, tra le altre cose, proprio “Le Baccanti”. E tre. TV, libro, conferenza. Ed adesso qualcosa mi sollecita a trovare il senso di tutto questo. Perché va bene la TV, va bene la tragedia greca letta al liceo, ma anche il filosofo! Nelle Baccanti si intrecciano violenza e seduzione, i fluidi dell’amore ed il sangue, Tanatos ed Eros, Morte e Vita. Insomma la umana dialettica degli opposti. E che opposti. Qui c’è materiale che scotta. Non starò a scomodare il mondo greco con la sua sfolgorante bellezza, né il più recente dottor Freud, visto che ho già risvegliato la buonanima del collega e rivale Jung. Non avrò l’ardire di misurarmi con riflessioni dotte, perché, ahimè, dotta non sono. Ma tale sincronicità mi rimanda a quanto vagamente intuisco da donna che vive la vita. La nostra esistenza ha il colore della tragedia. L’amore e la morte sono le righe di un pentagramma splendido e terribile all’interno del quale ciascuno di noi è chiamato a scrivere la propria originale partitura. Una partitura il cui significato ciascuno deve trovare e che non è mai dato a priori. Anche grazie a quella “spiritualità dionisiaca”, quello stato di vigore animale che nasce dalla accettazione del lato oscuro ed istintuale della vita, necessario allo sviluppo di ogni forma di creatività.